Una tavola perfetta

coverOgni tavola originale è bellissima, se considerata nel suo assoluto.

E nel superlativo “bellissima” c’è tutta la componente soggettiva che caratterizza la passione che anima il collezionista di tavole originali.

Infatti, in ciascuna scelta, in ogni innamoramento, ognuno trasferisce il suo irresistibile trasporto, quell’irrefrenabile e incontenibile moto istintivo che ha determinato quell’acquisto; oppure, laddove l’acquisto non era stato possibile, resta quel pezzetto di cuore lasciato su quel foglio di cartoncino, magari con la remota speranza un giorno di poterlo recuperare, sperando in un’improvvisa vincita a una lotteria della quale non avrà comprato il biglietto.

di Stefano Bidetti

Ma divagazioni a parte, ciascuna tavola, nel suo essere parte di una storia, nella sua capacità di trasmettere un’emozione, di spiegare un passaggio, di rappresentare il lato migliore del personaggio protagonista, o magari un suo aspetto eccezionale, nel dimostrare la capacità figurativa o evocativa del suo autore, oppure nel riuscire a richiamare simbologie, citazioni, rimandi o fenomeni culturali che, in pochi tratti, esplodono di fronte all’osservatore…insomma, ciascuna tavola può essere meravigliosa, soprattutto nel suo essere unica e irripetibile.

E se si volesse provare a definire la propria “tavola perfetta”? Beh, sicuramente sarebbe una definizione opinabile, perché ciascuna delle caratterizzazioni sopra elencate, così come mille altre ancora, potrebbero benissimo attagliarsi alla descrizione della perfezione; e ciascuno di noi potrebbe individuarne una, o magari dieci, o cento. In questa meravigliosa atmosfera di soggettività di giudizio e di libertà nel rintracciare la propria estasi emotiva, voglio descriverne una, di queste tavole che, nelle sue caratteristiche, forse si può considerare perfetta (o almeno una delle perfette!). È tratta dalla mia collezione personale, anzi, è una delle prime tavole da me acquistate, e campeggia sulla parete di fronte al mio computer, la osservo anche in questo momento, e ogni volta che la guardo il mio giudizio si conferma.

È una tavola di Ivo Milazzo, la pag. 38 tratta dalla storia “Omicidio al Central Park”, n. 5 di Nick Raider, per la sceneggiatura di Claudio Nizzi, che uscì in edicola nell’ottobre del 1988.

Milazzo-Nick Raider005_Omicidio al Central Park_038A parte la bellezza del tratto di Milazzo e la splendida armonia esistente tra le luci (evidenziate dalla vignetta scontornata) e le ombre, voglio commentarla senza riferimento alla storia che la contiene, in quanto ritengo che le sette vignette che la compongono riescano magistralmente a descrivere una situazione e a raccontare una storia. Le tre strisce che ne formano la struttura rappresentano altrettanti momenti distinti della situazione.

1Nella prima un uomo esce da un appartamento commentando “Bel tipo!”. Lo sguardo un po’ compiaciuto un po’ di rimpianto fa capire che ha appena lasciato una donna, di certo appena conosciuta, dato il commento; la vignetta successiva ce lo mostra in secondo piano, che scende le scale, mentre in primo piano compare una mano, inguantata, di qualcuno in attesa.

2È facile intuire che una minaccia incombe, in attesa che il personaggio precedente (vabbè, è Nick Raider, il poliziotto protagonista della serie, questo ce lo possiamo dire!) sgombri il campo.

Il proprietario della mano evidentemente si è nascosto in un punto in cui chi esce dall’appartamento non ripasserebbe, per essere sicuro di non essere visto e di non lasciare sospetti.

34La striscia centrale spezza completamente il pathos, mostrando il poliziotto che sale e si allontana sul suo bolide, ma nel contempo consente alla situazione successiva di prepararsi; se si trattasse di strips giornaliere pubblicate su un quotidiano, come negli USA, lo stacco sarebbe perfetto, forse fin troppo traumatico.

567Le tre vignette dell’ultima striscia – veramente singoli fotogrammi di una pellicola che si intuisce molto più lunga – tornano alla situazione centrale: la mano col guanto che bussa, il viso speranzoso e ammiccante della ragazza che apre dicendo “Avete dimenticato qualcosa?”, evidentemente sperando in un altro possibile epilogo, il suo viso stupito e spaventato mentre di spalle si profila l’ombra del reale visitatore, di certo pericoloso e comunque non quello sperato.

La costruzione della tavola contiene un’impostazione cinematografica tipica del poliziesco; il poliziotto assomiglia vagamente a un giovane Jean Gabin, ma in una versione decisamente USA, anche se la sua auto sembra essere un’italianissima Alfa Romeo.

La tavola dice assolutamente tutto quello che deve dire. La storia è un poliziesco, si capisce che la mano col guanto e l’ombra di spalle dell’ultima vignetta appartengono a un assassino, o comunque a un cattivo; si intuisce che la ragazza farà una brutta fine, che il poliziotto ha sbagliato momento e probabilmente dovrà sudare ancora un bel po’ per venire a capo della situazione. Presumibilmente la ragazza era una testimone importante, il cui venir meno, a parte la tristezza di veder sparire una bella presenza, complicherà le indagini. Naturalmente mille ipotesi sarebbe possibile costruire su quanto viene prima e dopo la pag. 38 dell’albo. Possiamo aggiungere, per chi non conosce la serie, che gli albi erano quasi sempre autoconclusivi, il che ci consente di capire approssimativamente in quale momento della trama ci possiamo trovare. Ma ciò non toglie che quello che questo pezzettino di trama ci racconta, e che il disegno ci trasmette, consente a chiunque provi ad analizzarla di ascoltare le proprie emozioni e di provare a immaginare come andrà a finire.

La tavola – secondo me – è perfetta perché può essere autoconclusiva, perché potrebbero anche non esserci altri protagonisti o altri particolari colpi di scena, dato che l’emozione è già arrivata. Grandi autori!

E per voi, qual è una tavola perfetta?